
È forse possibile che un uomo, conoscendosi, nutra il minimo rispetto per se stesso?
Oggi, per celebrare il duecentesimo anniversario della nascita del nostro caro Fëdor, vi parlerò di uno dei suoi libri più particolari.
“Ricordi dal sottosuolo” è indubbiamente il romanzo dove Dostoevskij definisce in modo chiaro e indiscutibile il suo pensiero e il suo obiettivo come scrittore: studiare l’uomo inteso come un essere ultra-pensante e individuare, quindi, quel sottosuolo in cui esso si chiude, rifiutando “la vera vita”, circondandosi dalle sue contraddizioni e dalle sue ossessioni ma, soprattutto, da quella cieca rabbia dovuta alla consapevolezza della propria inutilità.
Leggere Dostoevskij cambia il proprio modo di vedere il mondo ma, soprattutto, di considerare l’uomo e l’umanità.
Il protagonista del romanzo, un personaggio contraddittorio ed enigmatico su cui si potrebbe scrivere un saggio, divide il genere umano in due grandi categorie: gli uomini d’azione e gli uomini dalla “coscienza ipertrofica”. Gli uomini d’azione sono quelli che riescono ad agire perché liberi da ogni dubbio e ogni rimorso; i secondi, invece, riflettono. Riflettono tanto, riflettono troppo e in modo sbagliato, cominciano a fantasticare, ad idealizzare, e alla fine di tutto sono costretti ad un’inerzia perenne, paralizzante.
Giacché la sofferenza è la vera origine della coscienza. E sebbene io abbia di chiarito fin dal principio che la coscienza, secondo me, è la più grande disgrazia per l’uomo, tuttavia so bene che essa sta tanto a cuore all’uomo che egli non la scambierebbe con nulla al mondo. […] Tutto quello che si potrà fare sarà di dimenticare i propri cinque sensi e sprofondarsi nella contemplazione. Grazie alla coscienza, anche se si arriverà pur sempre al medesimo risultato, e cioè che non c’è nulla da fare, per lo meno sarà possibile di tanto in tanto darsi delle buone frustate, ed è pur sempre una cosa che tira un po’ su. Per quanto tutto ciò sia retrogrado, è sempre meglio di niente.
Sulla base di questo, si costruisce la prima parte del romanzo, “il sottosuolo”, dove il protagonista mette in luce tutto il suo contrasto interiore e il suo “autoseppellirsi nel proprio dolore”. È un uomo che ama la sofferenza, è la personificazione di tutti gli esseri umani afflitti dalla pena del pensare e del comprendere, del voler sempre andare oltre le cose fino all’eccesso.
Un uomo che condanna questa sua coscienza tanto controversa (che definisce addirittura una malattia), che si descrive mettendo in mostra tutta la sua irrazionalità, la sua crudeltà e viltà, definendosi una nullità, “ancor meno di un insetto”, ma al contempo riconoscendo di essere più intelligente degli altri; disprezza e ammira questa sua intelligenza, come disprezza e apprezza discretamente se stesso.
Insomma l’uomo è fatto in modo comico; è evidente che in tutto ciò si nasconde un enigma. […] E all’uomo talvolta piace terribilmente la sofferenza, gli piace alla follia, e anche questo è un fatto.
Dostoevskij intraprende quindi un vero e proprio “viaggio” all’interno di questo sottosuolo (metaforico e non), all’interno del Male, all’interno della coscienza di quest’uomo, all’interno delle sue angosce e dei suoi eccessi, dei suoi repentini cambiamenti d’umore e delle oniriche fantasie che inevitabilmente caratterizzano la sua greve esistenza.
Con questo romanzo, lo scrittore russo si è posizionato indiscussamente al primo posto tra i miei scrittori preferiti. La cosa che più mi ha colpito all’inizio (e che ancora mi lascia esterrefatta) è la sua maestria nel disegnare la degradazione e il deterioramento morale e fisico a cui sono destinati i protagonisti dei suoi romanzi “della maturità” (come, ad esempio, Raskolnikov, di “Delitto e Castigo“) e, al contempo, il suo riuscire a condurre imperterrito questa sua ricerca alla scoperta dell’Uomo.
L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo.
Fëdor Dostoevskij, diciassettenne, al fratello Michail
Posso concludere augurandovi una buona lettura e congratulandomi con il nostro amico per la sua stupenda produzione letteraria. Altri 200 di questi anni, Fëdor!


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