“Montedidio”, dove a tredici anni si comincia a crescere troppo in fretta

La mia libreria straripa di libri di Erri De Luca, eppure solo ieri ho deciso di leggerne uno. Penso che sia stata la scelta migliore che ho fatto nell’ultima settimana.

Un tredicenne di cui non conosciamo il nome abita in una delle zone più degradate di Napoli, nei pressi dei quartieri spagnoli: Montedidio. Da un giorno all’altro si ritrova ad avere un lavoro, a scoprire l’ammore (sì, esatto, quello con due emme), si ritrova coinvolto in un turbinio di eventi fuori dal suo controllo, si ritrova in quel mondo così complicato che è il mondo degli adulti, con una voce troppo diversa, un corpo in cui non riesce a riconoscersi, con la mente attraversata da pensieri mai avuti prima.

Nella bottega dove lavora, incontra un calzolaio ebreo gobbo, don Rafaniello, che gli racconta miti e racconti e che gli confida un piccolo segreto: la presenza di un paio d’ali nella sua gobba che, prima o poi, si sarebbero schiuse, gli avrebbero permesso di volare a casa, a Gerusalemme.

Sul tetto di casa sua incontra Maria, una ragazza cresciuta troppo in fretta, capace di affrontare gli adulti, sicura, diretta, che in un attimo diventa la sua fidanzata; l’attimo dopo si ritrovano abbracciati, l’attimo dopo ancora si comportano come fossero una coppia sposata.

Poi c’è sua madre, che scompare all’improvviso.

Un bumerang con cui si allena ogni sera sulla terrazza di casa senza mai avere il coraggio di lasciarlo andare.

E poi, ovviamente, c’è Napoli. In tutto il suo splendore.

Babbo mi ha parlato, hanno dato qualche speranza a mamma. Davanti al caffè alle sei col vicolo zitto e buio si è spiegato. Quest’anno Natale manca. “Tengo solo a lei, e lei sta appoggiata a me con tutta la forza rimasta, è debole, ma nelle mani no, stringe forte, ha pure scassato un bicchiere e si è tagliata. Stiamo facendo una fatica insieme. Non ti mettiamo in mezzo, è una cosa tra noi. una cosa antica di quando andavamo al ricovero sotto i bombardamenti e ci facevamo il giuramento di non farci dividere manco dalle bombe: nisciuno c’adda spàrtere. Quando uno scoppio era vicino, lo spostamento d’aria la faceva vomitare, le tenevo la testa, lei rovesciava tra i miei piedi, io ero contento che l’amore nostro sapeva fare pure quello.”

Ho trovato questo libro estremamente profondo, nonostante l’apparente superficialità nello stile di scrittura e i vocaboli tratti dal parlato napoletano. Questo è un libro che ti fa pensare, che riesce a disegnare in modo esemplare l’ignoranza e la miserabilità di quelle persone dell’epoca che risiedevano in questa zona ma, soprattutto, la loro speranza, la loro gioia, la loro voglia di festeggiare. La loro resilienza e la loro costanza nell’andare avanti nonostante tutto.

In poco più di 140 pagine, Erri De Luca ci racconta, quindi, di un ragazzino diventato uomo, che si allena con il suo bumerang senza mai lasciarlo andare, che scrive su rotoli di carta le sue piccole avventure quotidiane e che, dalla terrazza più alta di Montedidio, aspetta di toccare il cielo che gli sembra così vicino.

7 risposte a "“Montedidio”, dove a tredici anni si comincia a crescere troppo in fretta"

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