“Quel che affidiamo al vento”

Il disastro. Una cicatrice, una ferita incurabile, una di quelle cose che ti segnano per sempre. Sto parlando dello tsunami dell’11 marzo 2011. Sì, esatto, proprio quello che si schiantò al suolo con tale violenza da spazzare via edifici, automobili, persone. E poi c’è lei, Yui. Una delle sopravvissute. Mentre sua figlia e sua madre sono morte durante quel fatidico giorno di marzo, lei cerca in tutti i modi di rimettere insieme i pezzi della sua vita, senza riuscire, però, a soffocare quella nota di perenne infelicità che risuona dal profondo della sua anima. E poi ecco che Yui viene a sapere del misterioso “Telefono del Vento”, una cabina telefonica in cui le persone si recano per affidare le proprie voci alla brezza e comunicare con le persone più care, defunte o no.

Ed ecco che nella storia subentra lui, Takeshi, anch’egli vittima di una grave perdita, quella della moglie, con sua figlia, Hana che, dopo il disastro, si è chiusa in sé stessa, smettendo completamente di parlare.

Non avrebbe saputo concretamente come spiegarlo, ma c’era un minuscolo angolo buio sulla sua faccia, lo stesso che Yui aveva addosso, dove non lo sapeva. Era uno spazio in cui chi sopravviveva rinunciava a ogni emozione, anche alla gioia, pur di non dover subire il dolore degli altri.

Ora, se bisogna esprimere un giudizio su questo libro, la prima cosa che mi viene in mente è questa: è un romanzo dolce. Sì, esatto, un libro dolce. Puoi quasi sentire il sapore del cioccolato ogni volta che giri pagina, ti immergi nella strabiliante cultura giapponese, tra giardini paradisiaci e sacre tradizioni, e questa storia emozionante ti porta con sé, esattamente come fa il vento con le voci. Un libro delicato, che riesce a trattare il tema del trauma in modo così esplicativo e, al contempo, privarlo della più estrema drammaticità.

Un luogo in cui le anime si ritrovano, ecco cos’è il “Telefono del Vento”. Un luogo in cui nascono amicizie destinate a durare per sempre, in cui nascono quei miracolosi amori che ti salvano la vita, in cui, con gli occhi persi in tutta quella meraviglia naturale, provi quel sentimento di pace eterna, come se il tempo si fermasse, si diradasse. Ed ecco che, quando la piccola fuga dalla realtà volge al termine e sei costretto a ritornare, ti trovi a fronteggiare le tue paure, le tue gioie, ti ritrovi a dover prendere in mano la tua vita, di nuovo.

E ti rendi conto che la vita va avanti, in un modo o nell’altro. Ti rendi conto che la felicità ha molteplici sfaccettature, troppe a parer mio. Anche se a piccoli passi, alla fine riesci a stare in piedi. Riesci a mettere insieme i pezzi di quel puzzle che un bambino ha distrutto in preda alla disperazione. Anche se sai, in fondo, che c’è sempre quella cicatrice a segnarti, riesci ad essere più forte di quanto pensi.

Emozionante. Semplicemente.

L’infelicità aveva sopra le ditate della gioia. Dentro di noi teniamo premute le impronte delle persone che ci hanno insegnato ad amare, ad essere ugualmente felici e infelici. Quelle pochissime persone che ci spiegano come distinguere i sentimenti, e come individuare le zone ibride che ci fanno anche soffrire.

Classificazione: 5 su 5.

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4 risposte a "“Quel che affidiamo al vento”"

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